Dall’Opera Spaziale all’Opera Abitabile
Opera Spaziale e Opera Abitabile non sono categorie separate.
Condividono una stessa domanda:
che cosa accade all’uomo dentro lo spazio?
Nell’Opera Abitabile questa relazione entra nella vita quotidiana.
Nell’Opera Spaziale può essere portata a una condizione più concentrata, libera dalla necessità di organizzare continuamente programmi e funzioni.
La soglia.
La misura.
La luce.
Il corpo.
La materia.
Il tempo.
diventano così strumenti attraverso i quali l’architettura interroga direttamente l’esperienza.
L’esperienza, tuttavia, non costituisce il criterio ultimo dell’Opera: è il passaggio attraverso il quale uomo, luogo, materia e tempo possono entrare in una relazione necessaria.
È per questo che Purini può parlare di scultura abitabile.
Abitabile non significa necessariamente residenziale.
Significa che l’Opera ammette l’uomo dentro la propria forma.

Tra architettura e arte
La separazione tra architettura e arti plastiche appartiene in larga parte alle categorie attraverso le quali abbiamo imparato a classificare le opere.
Ma lo spazio reale non conosce necessariamente quelle divisioni.
Franco Purini riconosce nella ricerca di Ferrara proprio una tensione verso l’unificazione dei linguaggi artistici.
In Spazio Sensoriale individua una condizione dell’architettura realizzata attraverso un intervento ambientale e una scultura abitabile, situata sul confine tra installazione, performance e spazio costruito.
Questo confine non viene cancellato.
Viene reso produttivo.
L’architettura conserva la propria capacità di costruire luogo.
L’arte conserva la libertà di mettere in crisi la percezione.
Il risultato non è però un genere ibrido. È una diversa condizione dell’Opera.
L’Opera Spaziale nasce precisamente nella tensione tra queste due possibilità.
Opere spaziali
Quando l’opera non occupa semplicemente uno spazio, ma costruisce una condizione da attraversare, percepire e abitare.
Una scultura può essere osservata.
Un edificio può essere utilizzato.
Un’installazione può modificare temporaneamente la percezione di un luogo.
Ma esistono opere che sfuggono a queste separazioni.
Il corpo entra dentro la forma.
Lo spazio non è più il contenitore dell’opera.
Il percorso diventa parte della composizione.
Luce, materia, acqua, ombra, distanza e tempo partecipano all’esperienza.
È in questo territorio che si colloca una parte essenziale della ricerca di Fausto Ferrara.
Le Opere Spaziali non nascono dalla volontà di fondere arbitrariamente architettura e arte.
Non sono installazioni ingrandite né sculture rese semplicemente attraversabili.
Nascono da una domanda più radicale:
che cosa accade quando lo spazio stesso diventa Opera?
Attraversare invece di guardare
L’immagine tende a consegnare tutto nello stesso istante.
L’Opera Spaziale introduce invece una successione.
Prima.
Dopo.
Vicino.
Lontano.
Nascosto.
Rivelato.
Ciò che viene percepito da un punto non coincide con ciò che apparirà pochi passi più avanti.
L’opera non offre una vista definitiva di sé stessa.
Per comprenderla bisogna concederle tempo.
Purini individua proprio in questa condizione lo scarto tra l’istantaneità della lettura e la durata che la struttura continua ad assumere nella mente di chi l’ha attraversata.
L’immagine si riceve.
Lo spazio si attraversa.
L’Opera accade nella distanza tra le due cose.
Il corpo entra nella composizione
Una fotografia può mostrare muri, volumi, materia e luce.
Ma non può sostituire ciò che accade quando un corpo entra nello spazio.
Camminare modifica le prospettive.
Una parete appare e scompare.
Un elemento verticale si sovrappone a un altro.
Una distanza si comprime.
Poi improvvisamente si apre.
In Spazio Sensoriale, il movimento del visitatore è parte della costruzione percettiva dell’opera.
Cristallini descrive un ambiente che altera la percezione tradizionale dello spazio e attende le reazioni fisiche di chi lo attraversa.
Il corpo non viene quindi aggiunto dopo la forma.
È una delle condizioni attraverso le quali la forma può esistere come esperienza.
Ma, come nell’Opera Abitabile, la percezione non costituisce il fine: attraverso il corpo l’uomo misura lo spazio e ritrova la propria posizione nella relazione con esso.
Spazio Sensoriale: un prototipo spaziale
Realizzato a Hudson, New York, nel 2006, Spazio Sensoriale costituisce uno dei nuclei originari di questa ricerca.
Non nasce come edificio tradizionale.
Non nasce come scultura autonoma.
Non nasce come semplice installazione.
Cristallini lo definisce un prototipo spaziale e una situazione ambientale generata da stimoli visivi e tattili, compressioni e dilatazioni, assi reali e virtuali.
Muri, elementi verticali, acqua, aperture, natura, luce e movimento non costruiscono oggetti separati.
Producono una sequenza.
Il significato non è depositato in una singola forma.
Emerge dall’esperienza complessiva.
Spazio Sensoriale non mostra che cosa sia lo spazio.
Costringe il corpo a percepirlo e a misurarsi con esso.
Lo spazio-situazione
Franco Purini utilizza per Spazio Sensoriale una definizione particolarmente precisa:
spazio-situazione.
La parola “spazio” da sola potrebbe ancora suggerire un contenitore.
La parola “situazione” introduce invece qualcosa che accade.
Una relazione temporanea tra elementi.
Tra corpo e muro.
Tra luce e materia.
Tra movimento e distanza.
Purini descrive l’opera come il risultato di sollecitazioni visivo-tattili, compressioni e dilatazioni, volumi organizzati attorno ad assialità reali e virtuali.
Lo spazio non è quindi neutro.
Modifica chi lo attraversa e viene continuamente ricostruito da chi lo percepisce.
L’Opera Spaziale non contiene una situazione.
È la situazione.
La struttura non è soltanto ciò che sostiene
Nell’edificio ordinario la struttura viene spesso considerata attraverso la propria funzione tecnica.
Sostenere.
Portare.
Resistere.
Nell’Opera Spaziale la struttura può fare qualcosa di ulteriore.
Può generare relazioni.
Disegnare vuoti.
Produrre direzioni.
Stabilire tensioni.
Costruire una misura tra il corpo e lo spazio.
Nel saggio dedicato a Spazio Sensoriale, Philippe Daverio legge il rapporto tra struttura e natura come un sistema capace di trasformare lo spazio in esperienza esistenziale: l’edificio smette di essere semplicemente un oggetto da contemplare e diventa qualcosa da abitare.
La struttura diventa forma quando non sostiene soltanto l’Opera, ma partecipa alla sua necessità.
La natura entra nell’Opera
Paesaggio e natura non sono lo sfondo nel quale collocare un oggetto artistico.
Entrano nella composizione.
Un albero può apparire tra due muri.
Una superficie d’acqua può trattenere il cielo.
Un’ombra può attraversare lentamente una parete.
Il vento può rendere percepibile un’apertura.
Daverio riconosce in Spazio Sensoriale proprio questa capacità di selezionare frammenti della natura e amplificarne la presenza attraverso l’architettura: il muro diventa contemporaneamente separazione, protezione e dispositivo percettivo.
La natura non viene imitata.
Non viene trasformata in decorazione.
Viene resa nuovamente percepibile.
L’Opera non si mette davanti alla natura.
Costruisce la relazione attraverso la quale possiamo incontrarla.
Oltre la funzione
L’architettura viene normalmente giustificata da una funzione.
Una casa deve essere abitata.
Un museo deve esporre.
Un teatro deve accogliere uno spettacolo.
Ma che cosa accade quando la funzione non esaurisce la ragione dell’Opera?
Purini osserva che Spazio Sensoriale mette l’architettura alla prova persino dell’assenza della tradizionale utilitas: ciò che resta è l’articolazione tettonica e l’intensità delle relazioni spaziali.
Questo non significa produrre spazi inutili.
Significa riconoscere che percepire, sostare, attraversare, ricordare e pensare sono anch’esse necessità umane.
L’Opera Spaziale non elimina la funzione.
Interroga l’idea stessa di ciò che consideriamo utile.
Che cosa significa Opera Spaziale
Opera Spaziale non indica una tipologia.
Non definisce una dimensione.
Non coincide con una tecnica o con un materiale.
Può essere un padiglione.
Un recinto.
Un sistema di muri.
Una struttura nel paesaggio.
Un luogo attraversabile.
Una condizione costruita attraverso pochi elementi.
Ciò che la distingue è il fatto che la forma non viene percepita come oggetto autonomo.
L’opera genera uno spazio nel quale corpo, materia, luce e luogo entrano in relazione.
Ciò che la definisce non è quindi l’ibridazione tra discipline, ma il fatto che lo spazio diventa materia dell’Opera e la forma acquista necessità nella relazione con corpo, luogo e tempo.
Per questo l’Opera Spaziale appartiene contemporaneamente all’architettura e all’arte senza esaurirsi completamente in nessuna delle due.
Non rappresenta lo spazio.
Lo rende esperienza.
Un riconoscimento critico
Le letture critiche dell’opera di Fausto Ferrara convergono da prospettive diverse proprio su questa capacità dello spazio.
Kenneth Frampton colloca Ferrara nella tradizione della cultura tettonica e riconosce nella sua opera una ricerca fondata su luogo, materia, luce, percezione e costruzione. Ma la sua lettura va oltre: Ferrara rinnova la lezione dei maestri del Novecento e insieme la supera, restituendo all’architettura la sua essenza più profonda, quella di essere un «atto di verità».
Francesco Dal Co riconosce nei suoi progetti luoghi di meditazione, interiorità e permanenza, capaci di trasformare il semplice visitatore in abitante attraverso il tempo.
Elena Liotta legge Spazio Sensoriale come spazio psichico, esperienza di interezza e luogo capace di assumere la condizione di tempio anche senza culto.
Elisabetta Cristallini individua un’architettura che induce al silenzio e alla contemplazione e che recupera la relazione profonda tra spazio, natura e uomo.
Non sono definizioni di uno stile.
Individuano una capacità più profonda dell’Opera:
costruire luoghi nei quali l’uomo possa tornare a incontrare il mondo, ritrovando la propria misura senza essere continuamente distratto da esso.
Pensiero e opere
La ricerca sulle Opere Spaziali attraversa il lavoro di Fausto Ferrara fin da Spazio Sensoriale e prosegue nelle opere, nei padiglioni, nei luoghi contemplativi e nelle strutture nelle quali architettura, arte, corpo e paesaggio cessano di essere elementi indipendenti.
Non costituisce una collezione di oggetti.
È un campo di ricerca sullo spazio come condizione dell’Opera.
La pagina Spatial Works raccoglie il corpus delle opere.
Questa pagina ne esplicita invece il criterio:
quando l’opera smette di essere un oggetto nello spazio e lo spazio stesso diventa materia dell’Opera.
La casa come tempio laico →
Spatial Works — opere →
L’Opera Spaziale come possibilità contemporanea
Viviamo in un tempo nel quale gran parte dell’esperienza dell’arte e dell’architettura avviene attraverso immagini.
Vediamo prima di arrivare.
Conosciamo prima di attraversare.
Consumiamo la rappresentazione prima dell’esperienza.
L’Opera Spaziale introduce una resistenza radicale a questa condizione.
Non può essere interamente posseduta da una fotografia.
Non coincide con una facciata.
Non si lascia ridurre a un punto di vista privilegiato.
Richiede corpo.
Movimento.
Tempo.
Presenza.
Per questo le Opere Spaziali non costituiscono per Ferrara un genere laterale rispetto all’architettura.
Portano all’estremo una domanda che attraversa tutta la sua ricerca.
Qui l’Opera Spaziale incontra anche il criterio della Griglia E9: non basta che uno spazio produca un’esperienza intensa. Occorre distinguere tra Opera e Costruito, Luogo e Superficie, Forma necessaria e Immagine.
Che cosa deve fare lo spazio all’uomo perché il costruito possa diventare Opera?
Luce, materia, acqua e ombra
Nell’Opera Spaziale gli elementi non costituiscono una scenografia.
La luce non illumina semplicemente una forma già conclusa.
L’acqua non la decora.
La materia non la riveste.
L’ombra non è un effetto.
Ognuno di questi elementi modifica realmente lo spazio.
La luce separa.
L’ombra rende visibile il peso.
L’acqua moltiplica e destabilizza le distanze.
La materia offre resistenza al corpo e allo sguardo.
Nel pensiero di Ferrara la luce acquista significato attraverso le relazioni tra le cose e attraverso il mutare del tempo e delle stagioni; l’architettura assume dinamismo proprio attraverso i fenomeni naturali e il movimento umano.
La forma non contiene questi fenomeni.
Esiste attraverso di essi.
L’Opera non è un oggetto
L’oggetto può essere circoscritto.
Possiede un limite.
Può essere osservato dall’esterno.
Il soggetto gli rimane davanti.
L’Opera Spaziale modifica questa relazione.
Non chiede soltanto di essere guardata.
Chiede di essere avvicinata.
Attraversata.
Misurata con il corpo.
Il visitatore non rimane esterno alla composizione.
La propria posizione, il movimento, la distanza e il tempo modificano continuamente ciò che percepisce.
L’Opera non è più soltanto davanti all’uomo.
L’uomo entra nell’Opera.
Opere spaziali
Le Opere Spaziali non possiedono una forma prestabilita.
Non devono essere monumentali.
Non devono essere grandi.
Non devono necessariamente essere chiuse o coperte.
Non devono assomigliare a una scultura.
Non sono definite dalla tipologia, dalla scala o dalla loro collocazione.
Possono nascere in un giardino.
In un paesaggio.
Dentro una collezione privata.
Accanto all’acqua.
Come padiglione.
Come luogo di memoria.
Come spazio destinato alla percezione.
Ciò che le unisce è un criterio:
la forma non viene offerta come immagine autonoma, ma costruisce una relazione fisica e mentale con chi entra nello spazio.
E quella relazione acquista valore di Opera quando la forma non è più arbitrariamente intercambiabile senza perdere la necessità che l’ha generata.
L’Opera Spaziale non è una cosa collocata in un luogo.
È un luogo che diventa Opera.


