Commissionare una cantina monumentale
Una cantina monumentale non nasce dalla richiesta di un edificio iconico.
Nasce quando esistono:
un luogo capace di generare forma;
un processo produttivo reale;
una materia che può diventare costruzione;
una committenza disposta a pensare oltre l’immagine.
Solo allora produzione e architettura possono cessare di essere due sistemi separati.
La cantina può diventare Opera Abitabile della produzione:
un luogo nel quale terra, gravità, materia e tempo assumono forma.
Cantine Monumentali: Gravità, Terra e Architettura della Produzione
Una cantina non è un involucro nel quale collocare macchine, vasche e botti.
È un organismo produttivo.
Trasforma materia.
Utilizza gravità.
Controlla temperatura, luce, umidità e tempo.
Entra fisicamente nella terra.
Per Fausto Ferrara, architetto, artista e autore, è precisamente questa condizione a rendere la cantina uno dei territori nei quali l’architettura può tornare a coincidere con la necessità.
La monumentalità non deriva dalla dimensione.
Non deriva dall’immagine.
Nasce quando processo produttivo, struttura, topografia, materia e forma diventano inseparabili.
La cantina può allora cessare di essere edificio industriale rivestito.
Può diventare opera.
Tempo della produzione e tempo dell’architettura
Il vino non appartiene all’immediatezza.
Richiede trasformazione.
Attesa.
Affinamento.
Conservazione.
Anche l’architettura capace di permanere nasce contro la velocità dell’immagine.
Una cantina può quindi diventare uno dei luoghi nei quali produzione e architettura condividono lo stesso principio:
il tempo non è un ostacolo da eliminare.
È una componente dell’opera.
La materia invecchia.
La luce cambia.
Il paesaggio si modifica.
Il vino attraversa processi invisibili.
L’architettura deve essere capace di accogliere questa durata.
La gravità può diventare forma
La produzione vinicola possiede una relazione originaria con la gravità.
Scendere.
Trasferire.
Decantare.
Accumulare.
Conservare.
Quando le condizioni del luogo lo consentono, la differenza di quota può ridurre movimentazioni meccaniche e diventare contemporaneamente principio spaziale.
Il progetto non sovrappone allora un’immagine al ciclo produttivo.
Trasforma il ciclo stesso in sezione architettonica.
Rampe.
Dislivelli.
Terrazze.
Corti.
Spazi ipogei.
Percorsi tecnici.
La gravità smette di essere soltanto una forza fisica.
Diventa ordine della costruzione.
Monumentale non significa spettacolare
Una cantina monumentale non è necessariamente grande.
E soprattutto non deve essere spettacolare.
La monumentalità autentica appartiene alla permanenza.
A una massa che sembra necessaria.
A una struttura capace di attraversare il tempo.
A una materia che non dipende dalla moda.
Un muro può essere monumentale.
Una corte può esserlo.
Una sequenza ipogea può esserlo.
Una grande sala di affinamento può acquisire monumentalità attraverso proporzione,
gravità e luce senza diventare scenografia.
La monumentalità non viene aggiunta.
Emerge dalla necessità della costruzione.
Costruire nella terra
La cantina appartiene naturalmente alla terra.
Non per nostalgia della grotta.
Per ragioni fisiche.
Massa.
Inerzia termica.
Protezione.
Oscurità.
Umidità.
Stabilità.
Il rapporto con il suolo può quindi diventare uno dei principali strumenti progettuali.
Per Ferrara, l’architettura ipogea non significa nascondere un edificio.
Significa utilizzare la topografia come parte della costruzione.
Scavare può essere più radicale che aggiungere.
La terra non diventa scenario.
Diventa materia dell’architettura.
Materia: ciò che lavora, non ciò che riveste
In una cantina, la materia deve sostenere condizioni precise.
Peso.
Usura.
Acqua.
Variazioni termiche.
Lavaggio.
Contatto.
Tempo.
Per questo la Verità della Materia assume un significato particolarmente concreto.
Calcestruzzo.
Pietra.
Metallo.
Legno.
Terra.
Non vengono selezionati per comporre un’immagine rustica o industriale.
Devono partecipare alla struttura reale dell’opera.
La materia non racconta autenticità.
La deve possedere.
Luce e oscurità appartengono allo stesso organismo
Una cantina non richiede ovunque la stessa luce.
Alcuni luoghi devono essere protetti.
Altri possono aprirsi.
La zona produttiva.
L’affinamento.
La barricaia.
Gli spazi di lavoro.
Le corti.
Le sale di degustazione.
Il rapporto con il paesaggio.
Ogni condizione costruisce una diversa relazione con la luce.
L’oscurità non è una mancanza.
Può essere una necessità.
La luce, allo stesso modo, non deve diventare effetto.
Può orientare un percorso.
Rivelare una massa.
Misurare la profondità dello spazio.
Separare il mondo produttivo da quello esterno senza interromperne la continuità.
Paesaggio produttivo, non paesaggio decorativo
Il vigneto non è il panorama della cantina.
È parte del suo sistema produttivo.
Filari.
Pendenze.
Suolo.
Acqua.
Strade agricole.
Esposizione.
Ventilazione.
Raccolta.
Movimenti dei mezzi.
La cantina appartiene a questa struttura territoriale prima ancora che alla propria forma.
Per questo il progetto deve comprendere il paesaggio come luogo produttivo, non come immagine da inquadrare attraverso una vetrata.
La relazione tra edificio e vigneto può allora diventare strutturale.
Non rappresentativa.
La Griglia E9: produzione contro scenografia
La Griglia E9 permette di porre una domanda essenziale:
quando una cantina supera la propria condizione di edificio produttivo e diventa architettura?
Non basta che funzioni.
Non basta che sia costosa.
Non basta che venga pubblicata.
Non basta che produca un’immagine riconoscibile.
Occorre verificare la relazione tra Opera e Costruito, Luogo e Superficie, Forma Necessaria e Immagine.
Una cantina può essere formalmente sorprendente e restare scenografia industriale.
Oppure può nascere direttamente dalle condizioni produttive e territoriali fino a rendere impossibile separare forma e necessità.
È lì che comincia l’opera.
La cantina come organismo unitario
Una cantina contiene sistemi diversi.
Produzione.
Logistica.
Tecnica.
Amministrazione.
Accoglienza.
Degustazione.
Conservazione.
Paesaggio.
Il problema non consiste nell’accostarli.
Consiste nel costruire un organismo nel quale ciascuna parte appartenga a una struttura comune.
Il progetto deve poter attraversare scale differenti:
dal dettaglio di una soglia alla movimentazione dei mezzi;
dalla temperatura di uno spazio alla topografia generale;
dal rapporto con una botte alla presenza dell’edificio nel territorio.
La complessità non viene nascosta.
Viene ordinata.
La cantina non è un capannone trasformato in immagine
Molte cantine contemporanee nascono da una separazione iniziale.
Da una parte il processo produttivo.
Dall’altra l’architettura chiamata successivamente a rappresentarlo.
L’edificio funziona.
Poi viene rivestito.
Disegnato.
Reso riconoscibile.
Ma l’architettura non dovrebbe arrivare dopo la produzione.
Dovrebbe nascere dalla sua struttura.
Percorsi dell’uva.
Movimento dei mosti.
Quote.
Vasche.
Vinificazione.
Affinamento.
Imbottigliamento.
Stoccaggio.
Movimentazione.
Temperatura.
Umidità.
Accessi tecnici.
Queste non sono limitazioni da nascondere.
Sono materia generativa del progetto.
Un autore per una committenza produttiva
Commissionare una cantina a Fausto Ferrara non significa acquistare un’immagine architettonica da associare a un marchio.
Significa accettare che il progetto parta dalle condizioni reali della produzione e del luogo.
Il programma produttivo deve essere preciso.
Le quantità devono essere conosciute.
I flussi devono essere verificati.
Le condizioni tecniche devono diventare parte dell’architettura.
Solo allora può emergere la Forma Necessaria.
Il committente non chiede all’autore di decorare la produzione.
Gli permette di trasformarne la struttura in opera.
Produzione e rappresentazione non devono separarsi
La cantina contemporanea possiede spesso due identità.
Una produttiva.
Una pubblica.
Da una parte il lavoro.
Dall’altra degustazione, accoglienza e rappresentazione del marchio.
Quando queste due condizioni vengono progettate separatamente, l’architettura rischia di diventare comunicazione applicata alla produzione.
Ferrara lavora nella direzione opposta.
Il visitatore può comprendere il processo senza trasformare il lavoro in spettacolo.
La sequenza produttiva può diventare esperienza spaziale senza cessare di essere reale.
L’architettura non mette in scena il vino.
Rende leggibile la struttura che lo produce.



